Il primo taccuino di Zia Perfetta
Ci sono persone che ricordano le cose importanti senza bisogno di scriverle.
Zia Marianna non è una di quelle.
Non perché avesse poca memoria. Al contrario. Si ricordava cose che gli altri avevano dimenticato da tempo: il giorno in cui Lumilosa aveva perso il primo dentino, il biscotto che Bennor preferiva a tutti gli altri, il nome di una pianta che la vicina aveva smesso di curare e persino il motivo per cui, anni prima, aveva comprato un nastro azzurro che poi non aveva mai utilizzato.
Il problema non era ricordare.
Era che, secondo Marianna, alcune cose meritavano un posto.
Un posto dove poter tornare.
Per questo aveva i taccuini.
Ne aveva parecchi, sparsi per casa. Alcuni erano pieni di ricette, altri di liste, altri ancora di pensieri appuntati velocemente e destinati a essere ritrovati mesi dopo.
Quello che teneva più vicino, invece, aveva una copertina color crema e un elastico ormai un po’ allentato.
Sulla prima pagina aveva scritto:
LE COSE IMPORTANTI
Sotto, dopo averci pensato a lungo, aveva aggiunto:
Da conservare con cura.
Quel pomeriggio il taccuino era aperto sul tavolo della cucina.
Marianna sedeva composta davanti alla pagina bianca. Portava i suoi occhiali rotondi, quelli che tendevano a scivolarle appena sul naso quando si concentrava, e aveva la solita crocchia ben ferma sulla nuca.
Era una donna che amava l’ordine.
La tazza era esattamente al suo posto.
La penna era parallela al bordo del taccuino.
Persino il cucchiaino era stato appoggiato con cura sul piattino.
Soltanto tre biscotti rompevano quella geometria perfetta.
Uno per lei.
Uno per Lumilosa.
Uno per Bennor.
Sotto il tavolo, infatti, il cane dormiva con il muso appoggiato sulle zampe.
Dormiva, almeno in apparenza.
Il suo grande corpo nero occupava quasi tutto lo spazio tra le sedie. Il pelo era lucido e folto, mentre le quattro zampe bianche sembravano infilate in altrettanti calzini.
Un cane grosso.
Imponente.
Capace, a prima vista, di far indietreggiare chiunque non lo conoscesse.
Bennor russava piano.
E ogni tanto apriva un occhio per controllare i biscotti.
“Che cosa stai scrivendo?”
Lumilosa era entrata in cucina senza fare rumore.
Marianna alzò lo sguardo.
La nipote aveva i capelli biondi raccolti nella solita coda e due grandi occhi azzurri che sembravano accorgersi di tutto prima ancora che lei avesse il tempo di parlare.
Erano gli occhi che Marianna riconosceva subito.
Gli stessi occhi che, in certi momenti, le riportavano alla mente la Nuna.
Lumilosa si avvicinò al tavolo e si sporse verso il taccuino.
La zia coprì istintivamente la pagina con una mano.
“Segreto?”
“Non proprio.”
“Allora posso vedere.”
Marianna sorrise.
Spostò la mano.
In cima alla pagina c’erano quattro parole:
Quelli che amo.
Lumilosa rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi prese una sedia e chiese:
“Ci siamo anche noi?” indicando l’amico peloso.
Marianna non rispose subito.
Prese la penna e la fece ruotare tra le dita.
Poi annuì.
Lumilosa si sedette.
Bennor sollevò la testa.
Aveva deciso che anche lui avrebbe partecipato.
“Facciamo un gioco.”
L’idea era venuta a Lumilosa.
Ognuno avrebbe raccontato come vedeva se stesso.
Poi gli altri avrebbero aggiunto la loro versione.
Marianna trovò la proposta interessante.
Bennor, invece, sembrava interessato soprattutto al biscotto.
Ma era un dettaglio.
Il primo nome sulla pagina fu quello della zia.
Marianna prese la penna.
Era abituata a scrivere liste, non descrizioni.
Una lista aveva un ordine.
Una descrizione poteva sfuggire di mano.
Alla fine cominciò.
Mi chiamo Marianna.
Poi aggiunse:
E sono una Zia Perfetta.
Lumilosa sorrise.
Marianna continuò.
Una Zia Perfetta deve esserci quando serve.
La penna scese lentamente.
Deve ricordare le cose importanti. Deve avere sempre una soluzione pronta. Deve accorgersi anche di quello che gli altri non dicono.
Lumilosa guardò la borsa appoggiata sulla sedia.
La borsa di Marianna era famosa in famiglia.
Dentro c’era sempre qualcosa.
Un fazzoletto.
Una penna.
Un cerotto.
Un piccolo taccuino.
Una confezione di caramelle.
E almeno tre oggetti di cui nessuno conosceva l’utilità.
La zia aggiunse:
Una Zia Perfetta deve essere preparata.
Lumilosa indicò la borsa.
“Quella ne è la prova.”
Marianna non disse nulla.
Aveva già aperto la borsa per controllare.
Tutto era al suo posto.
Poi scrisse:
E deve avere una certa cura dei dettagli.
Lumilosa guardò la crocchia.
“Anche dei capelli?”
Marianna si toccò appena la nuca.
“Naturalmente.”
La ragazza rise.
Toccò a Lumilosa.
Prese la penna e guardò la zia per qualche istante.
Poi scrisse:
La zia dice di essere una Zia Perfetta.
Una pausa.
E forse lo è.
Marianna annuì soddisfatta.
Ma la frase successiva le fece sollevare un sopracciglio.
Però è anche buffa.
“Buffa?”
Lumilosa continuò a scrivere.
Quando cerca qualcosa nei suoi taccuini, a volte perde il taccuino che sta cercando.
Marianna rimase immobile.
Era difficile contestare un fatto documentato.
La ragazza aggiunse:
Ha gli occhiali enormi che si appannano quando beve qualcosa di caldo.
Marianna abbassò lentamente lo sguardo verso la tazza.
Lumilosa sorrise.
E la sua crocchia sembra un piccolo nido.
“Un nido molto ordinato” precisò Marianna.
Lumilosa aggiunse proprio quella frase.
Poi cambiò tono.
Ma quando qualcuno ha bisogno di lei, se ne accorge.
La penna rallentò.
Nota cose che gli altri non vedono. Sa quando qualcuno ha bisogno di parlare e quando invece ha bisogno soltanto di stare in silenzio.
Infine:
È un po’ detective e un po’ maga.
Marianna lesse tutto senza commentare.
Poi chiuse per un momento il taccuino.
Bennor aveva seguito la conversazione dalla sua posizione sotto il tavolo.
Marianna allungò una mano verso di lui.
Il cane si alzò lentamente.
Quando si avvicinò, la sua testa arrivò all’altezza del tavolo.
Appoggiò il muso sulle gambe della zia.
Marianna gli accarezzò la testa.
Lumilosa osservò la scena.
“Per lui sei casa.”
La frase rimase nell’aria.
Marianna prese la penna.
Scrisse:
Per Bennor sono quella che porta borse e carte che non si possono rosicchiare.
La coda del cane cominciò a muoversi.
Quella che profuma di tisane e biscotti.
Bennor alzò il muso.
Quella che a volte alza la voce, ma che lui continua a seguire.
Marianna abbassò lo sguardo.
E aggiunse:
E quella che, quando fa il bravo, ha quasi sempre un biscotto da qualche parte.
Bennor sembrò soddisfatto.
La seconda pagina era per Lumilosa.
Questa volta fu lei a prendere la penna.
Mi chiamo Lumilosa.
Scrisse lentamente:
Sono brillante, creativa e mi piace scoprire cose nuove.
Poi aggiunse:
Ho i capelli biondi e due grandi occhi azzurri come quelli della mia nonna.
Marianna si fermò.
Per un istante non vide più soltanto Lumilosa seduta davanti a lei.
Vide un altro sorriso.
Un altro paio di occhi.
Un ricordo che passava veloce, come il profumo di qualcosa rimasto a lungo in una stanza.
Non disse nulla.
Lumilosa continuò:
Se c’è un mistero, io lo trovo.
La zia sorrise.
“Questo lo sappiamo.”
Lumilosa alzò gli occhi.
“Perché?”
“Perché a volte trovi anche quelli che non ci sono.”
La ragazza fece una smorfia.
Ma lasciò la frase dov’era.
Marianna prese la penna.
Lumilosa è una delle mie gioie più grandi.
Scrisse.
Poi aggiunse:
È curiosa. È piena di fantasia. Ha sempre una domanda pronta.
La ragazza sorrise.
Quando vede qualcosa che non capisce, vuole sapere perché. Quando scopre qualcosa che le piace, vuole sapere tutto.
Marianna si fermò.
Guardò la coda bionda di Lumilosa, ormai un po’ spettinata.
Non era più la stessa bambina che ricordava correre per casa con le ginocchia sbucciate.
Eppure, in certi momenti, bastava quel modo di inclinare la testa per ritrovarla.
La penna tornò sulla pagina.
È una monella.
Una pausa.
Ma è la mia monella.
Lumilosa non disse niente.
Si limitò a sorridere.
Bennor osservava Lumilosa.
Quando lei si alzò per prendere un altro biscotto, lui la seguì con gli occhi.
Poi si alzò anche lui.
La ragazza tornò al tavolo con il biscotto in mano.
Bennor si sdraiò accanto alla sua sedia.
Il suo punto di vista fu scritto così:
Lumilosa corre più veloce di me.
Ha sempre qualcosa nelle tasche.
Caramelle, briciole, sassolini e idee.
Lumilosa lesse e rise.
“Le idee nelle tasche?”
Marianna annuì.
“Mi sembra una descrizione accurata.”
La frase successiva venne scritta lentamente.
Mi porta nelle sue avventure. Io la seguo.
Poi:
Quando corre troppo lontano, controllo sempre che torni.
Bennor appoggiò il muso sulla scarpa di Lumilosa.
L’ultima pagina era per lui.
Il gigante nero si mise seduto davanti al tavolo: aveva un petto largo, zampe robuste e un muso che, visto da vicino, non faceva più paura a nessuno.
Negli occhi scuri affiorava una dolcezza che il suo aspetto, così imponente, sembrava voler nascondere.
Marianna scrisse:
Bennor è intelligente, protettivo e qualche volta coraggioso.
Lumilosa aggiunse:
E un grande detective.
Bennor rimase serio.
La ragazza lo guardò.
“Lo sei?”
Il cane non si mosse.
Marianna scrisse:
Solo quando ci sono biscotti coinvolti.
Lumilosa scoppiò a ridere.
Bennor si voltò dall’altra parte.
La zia continuò.
Bennor è grande e grosso. Sembra un cane capace di mettere in fuga chiunque.
Il cane sollevò appena la testa.
Ma davanti all’aspirapolvere ha ancora qualche dubbio.
Lumilosa aggiunse:
È il mio compagno di avventure.
Poi:
Fa finta di essere serio, ma pensa soprattutto a sonnecchiare e trovare qualcosa da mangiare.
La ragazza accarezzò il pelo nero sulla sua testa.
Infine scrisse:
Quando lui c’è, mi sento più coraggiosa.
Bennor rimase immobile.
Ma la sua coda cominciò a battere piano sul pavimento.
Quando ebbero finito, la cucina era cambiata.
La luce del pomeriggio si era fatta più morbida.
La tisana era ormai fredda.
Sul piattino era rimasta soltanto una briciola.
Nessuno fece domande.
Il taccuino era aperto davanti a loro.
Tre pagine.
Tre storie.
Tre modi diversi di guardarsi.
Marianna rilesse tutto dall’inizio.
Aveva cominciato pensando di voler raccontare chi erano.
Invece quelle pagine avevano raccontato qualcosa di diverso.
Che una persona può essere precisa e buffa.
Che una ragazza può essere curiosa, ostinata e ancora capace di avere bisogno di qualcuno.
Che un cane grande e grosso può avere paura dell’aspirapolvere e, nello stesso tempo, essere il primo ad accorrere quando qualcuno che ama ha bisogno di lui.
Marianna prese la penna.
Non scrisse una conclusione.
Scrisse soltanto:
Ognuno vede una parte degli altri.
Rimase qualche secondo con la penna ferma.
Poi aggiunse:
Forse è per questo che servono più occhi per raccontare una famiglia.
Chiuse il taccuino.
Lo tenne per un momento tra le mani.
Poi lo ripose nel cassetto.
Quello delle cose importanti.
Bennor la seguì con lo sguardo.
Lumilosa si alzò e infilò le mani nelle tasche.
Marianna la osservò.
“Che cosa hai lì dentro?”
Lumilosa sorrise.
“Le solite cose.”
E uscì dalla cucina.
Bennor la seguì.
Marianna rimase sola con il taccuino.
Guardò il cassetto chiuso.
Poi sorrise.
Quella era soltanto la prima pagina.
E non poteva ancora sapere quante altre storie avrebbe finito per raccogliere lì dentro.
